DIETRO L’ANGOLO
Quando caddero le due monetine da dieci centesimi sul piattino, il mio sguardo le vide cadere al rallentatore, lentamente, incrociandosi e superandosi l’un l’altra fino ad arrivare a destinazione nel piccolo piatto, credo di cartone, di quelli che si usano per il pic-nic.
“Grazie” mi disse la ragazza con voce sommessa e faccia bassa, lei, era con la schiena appoggiata ad un muro di una casa, e seduta sull’asfalto della vecchia strada di Prè.
“Prego, di niente” risposi io garbatamente, feci qualche passo in avanti e mi fermai, tornai sulle mie orme e cercai di incrociare in qualche modo il suo sguardo a me misterioso, non avevo mai visto prima in quella zona la sua figura, ma forse, se avessi visto il suo viso, forse l’avrei riconosciuta, io nacqui in quei posti e mai mi spostai dalla zona, conoscevo tutti, anche solo di schiena, ma lei proprio non risultava nei miei ricordi.
Mi avvicinai nuovamente e con un po’ di coraggio le chiesi chi fosse:
“Scusa, come ti chiami?”
“E chi sei te, un poliziotto?” mentre mi faceva la domanda alzò ai miei occhi il suo viso.
“Scusi, io non..”
“mi chiamo Virna, ora posso essere lasciata in pace?”
“Certo, e scusami ancora” misi fine alla conversazione, ma da quel momento non potei più scordare il suo viso, dolce ma triste, sembrava un bel cielo d’estate percorso da nuvole, ma anche le nuvole hanno il loro fascino, così come la sua tristezza, speravo di poterla di nuovo incontrare, ma ora dovevo continuare a fare la spesa, chi l’avrebbe sentito Kaled, se non fossi tornato a casa senza un succulento pranzo Cinese? Addio, con la scusa che non poteva uscire per via dell’influenza, in quel periodo, si faceva servire alla grande, ma in fondo se lo meritava quel povero ragazzo, cosa non aveva passato per venire in Italia, l’unica fortuna che aveva avuto era quella di avermi incontrato, e io quella di aver incontrato lui, in casa ci dividevamo i compiti, io portavo i soldi con il mio lavoro, un banchetto di rivendita dell’usato di dischi, video e libri, all’inizio ero scettico, invece dopo poco ho ingranato e ben presto il banchetto si è rivelato un ottimo affare, con la storia dei caro dischi io faccio sempre un bel po’ di soldi a fine mese, insomma tutto ok.
Kaled, si occupava della casa, e intanto cercava lavoro, io gli avevo proposto di lavorare insieme a me, ma lui non voleva, preferiva darsi da fare come muratore o altro, voleva portare in casa altri soldi, e non dividere il seppur ottimo mio guadagno, era fatto così, un ragazzo orgoglioso, a parte quando stava poco bene, allora come dicevo prima si faceva servire e metteva da parte il suo orgoglio, però sul lavoro era molto volenteroso, quasi il mio contrario, che invece meno facevo, meglio era, il banchetto fu la mia salvezza, infatti sono un appassionato di dischi video e libri, se non avessi avuto quell’opportunità non mi sarei visto a lavorare come manovale o come cameriere in qualche schifoso Bar della zona, perché solo uno schifoso Bar mi avrebbe assunto.
Una volta preso da asporto il pranzo cinese, mi avviai verso casa, il nostro appartamento era al secondo piano di un palazzo più o meno al centro della vecchia via Prè, proprio dove avevo per così dire conosciuto Virna, l’edificio prima era vecchio e decadente, ma ormai da qualche mese era stato riqualificato insieme ad altri del centro storico di Genova, noi inquilini avevamo messo a disposizione il cinquanta per cento della spesa e l’altro cinquanta erano soldi della comunità europea, a dire il vero la somma messa degli inquilini non era proprio la metà, infatti alcuni non potevano metterci un centesimo e alcuni avevano fatto i furbi e non avevano messo neanche un euro, però la comunità europea chiuse un’occhio sulla questione, era troppo importante quel recupero, e già molte ditte appaltatrici avevamo messo gli occhi sulle aree da bonificare, così, quando c’è da guadagnare per tutti, non si va troppo per il sottile.
Arrivai dal portone e suonai:
“Sei tu Fedele?” disse con voce raffredata Kaled
“Si, apri che se no il “cinese” si fredda”
Manco a dirlo aprì in due secondi, anzi, fece di più, mi venne incontro lui in pigiama, avvolto in una coperta di lana:
“Kaled, ma sei scemo! Torna a letto non sarai tu a freddare il pranzo”
Lui era fatto così, a volte era un po’ bambinone, ma nel giro di pochi secondi si ritrovava già nel suo letto avvolto da tre, dico tre coperte di lana.
“che hai preso di buono Fede?” chiese curioso Kaled
“il solito menù! Kaled? provare nuovi pasti no eh? insomma il solito involtino primavera, il riso di spaghetti alle verdure..”
“no, il contrario, spaghetti di riso alle verdure!” puntualizzò
“ok..e per finire quattro, dico quattro ravioli al vapore, non saranno troppi?”
“ma sono enormi Fede”
“ok, come non detto, comunque con tutto rispetto io mi mangio una bella pastasciutta”
Andai in cucina e preparai da mangiare, mi piaceva molto cucinare, anche se a dire il vero ero scarsino, ma ci accontentavamo entrambi, a parte quando Kaled mangiava cinese, e questo accadeva almeno una volta alla settimana.
“Ka, allora buono il mangiare oggi?”
Finì di ingoiare il boccone e poi mi rispose:
“Certo, dovresti mangiare anche tu ogni tanto questo cibo del Sol Levante!”
“ma Kaled! Quattro ravioli..!”
“come non detto, mangia pure la tua pastasciutta…Fede qualche novità direttamente dai vicoli?”
“ma..sai ho fatto l’elemosina ha una ragazza..non l’avevo mai vista prima..credo sia Rumena”
“Ho capito! Ti piace..dai confessalo!”
“ma piantala! Lo appena vista…ma mangia, finisci un po’ il tuo Sol levante!”
Quel giorno Kaled era contento, la febbre stava per esaurirsi, e il mattino seguente avrebbe affrontato un importante colloquio di lavoro presso una Impresa Edile, avevo visto il cartello con su scritto che cercavano un muratore proprio il giorno prima, entrai e chiesi se un mio amico poteva fare un colloquio, loro erano contenti e mi assicurarono che l’avrebbero sicuramente preso, era il primo che si era in qualche modo interessato al loro cartello, quindi nessun problema, tra le altre cose lui era un muratore qualificato, in Tunisia, dove era nato, era fallita l’impresa in cui lavorava, un gran peccato, in seguito gli morirono i genitori in un incidente stradale, allora lui decise di emigrare in Italia, il viaggio fu terribile su quella carretta del mare, così vengono chiamate le navi scassate che portano i clandestini in Europa, due giorni di viaggio da Tunisi alle coste Siciliane, e poi una volta sbarcato, la fuga verso Genova, città da lui conosciuta grazie al calcio, proprio così, infatti lui era un tifoso della nazionale, e appena saputo dell’ingaggio di quattro giocatori della Tunisia da parte del Genoa 1893 Football and Cricket Club, si informò sulla città di Genova, delle sue caratteristiche, gli piacque subito, così quando decise di emigrare non fu difficile individuare l’ agoniata meta.
“allora Ka, domani il grande giorno?”
“Pensa Fede, sai quanto guadagna un muratore qualificato come me?”
“non saprei, diciamo milleduecentocinquanta Euro..giusto?”
“sbagliato..dai mille ai duemila Euro..non male, vecchio mio”
“benissimo direi, in più con il mio guadagno del banchetto..credo vivremo alla grande, tu che ne pensi?
“Signor Fedele Cane..saremo ricchi!”
“Ka, prima vai a fare quel colloquio, poi ne parliamo..e toccati le palle per favore!”.
Erano più o meno le 15,30 e mi incamminai verso il banchetto per aprirlo, quando passando per Via Pre rividi Virna, non sapevo se fermarmi, lei non era sola, in sua compagnia c’era un uomo più o meno della mia età, sulla trentina d’anni.
Virna piangeva, ma lui sembrava non consolarla, anzi pareva la rimproverasse sottovoce, un bisbiglio continuo e leggermente prepotente, Lei puntò d’improvviso lo sguardo verso me, si alzò dal suo solito posto e mi corse incontro, io rimasi di pietra, mi abbracciò e mi disse:
“Amore, finalmente mi sei venuta a prendere!”
non sapevo che dire, allora lei sottovoce, attaccata con la bocca al mio orecchio e la testa nascosta dalla vista dell’altro ragazzo, mi disse:
“fai vedere che mi ami, saprò ricompensarti più tardi”
Bene, avevo sempre sognato di fare l’attore, allora non ci pensai due volte a recitare la mia parte:
“Amore, hai visto, tu non credevi che io sarei mai arrivato, e invece..ma ora baciami amore grande..”
non c’è che dire, cercavo un po’ di approfittare della situazione, ma già che c’ero mi domandai, perché non farlo?.
L’abbraccio durò poco, infatti l’altro ragazzo, non solo ci staccò in pochi decimi di secondo, ma fece partire dal suo pugno, direttamente sulla mia faccia, un destro micidiale, caddi in un istante a terra.
La ragazza a quel punto cercò di fuggire il più possibile lontano, ma non feci a tempo a vederla che svenni, al mio risveglio, al posto della bella Virna e di quel gran figlio di puttana, c’era un capannello di gente, tutti mi conoscevano, e tutti mi domandavano che fosse successo, nessuno si accorse di nulla, allora credo che restai svenuto per un po’ di tempo, l’unica cosa certa e che quel uomo aveva un gran destro, Cazzo se lo aveva!
“Come ti senti Fede, ma che è successo?”
“niente, una ragazzata, adesso sto meglio, scusatemi ma devo andare ad aprire il banchetto, si è fatto tardi”
“ma sei sicuro Fede va tutto bene? Te la senti? Non conviene che per oggi tu tenga chiuso?” disse preoccupatissima Rosa la fruttivendola della Via, anche lei non aveva visto niente, aveva ancora il negozio chiuso
“Tranquilli, grazie, lo ripeto è stata solo una ragazzata, niente di più!”
“vieni qui Fedele, ti sanguina il naso” insistette preoccupata Rosa
“Rosa, va tutto bene, smetterà presto di sanguinare, vedrai”
Una volta raggiunto il banchetto aprii l’attività e mi passai il pomeriggio con il pensiero di Virna, dove sarà quella ragazza e chi era quell’uomo, la soluzione non era semplice, e quel pugno mi aveva sconnesso tutti i ragionamenti, finita la giornata lavorativa tornai a casa e raccontai tutto a Kaled, ci ridemmo su e ci scollammo tre birre da un litro ciascuna, d’accordo, lui il giorno seguente aveva il colloquio di lavoro, ma chi se né frega, reggeva alla grande l’alcol, ero io l’astemio, così il giorno dopo, lui andò a fare il colloquio e io andai ad aprire il banchetto due ore più tardi.
Kaled, quella mattina faceva i vicoli a grandi falcate decise, ottimista e deciso, era sicuro di quel posto, lui era nato per quel posto di muratore, in Tunisia era pagato bene per i suoi lavori, e qua in Italia sarebbe stato pagato il doppio o forse più.
Attorno a lui i sapori Africani dei nuovi vicoli prendevano quasi forma, lui Tunisino al cento per cento, con un amore sviscerale per il cibo Cinese e per il calcio del Genoa, lui uomo cosmopolita al cento per cento, sempre pronto al prossimo, il contrario di suo fratello morto in una rissa contro dei bianchi, si il fratello era un razzista nato, non poteva vedere un bianco nel giro dei suoi sguardi, strano, tanti lo chiamano razzismo al contrario, io lo chiamo razzismo, da qualsivoglia direzione venga, razzismo contro neri o bianchi, o gialli e rossi è sempre razzismo, magari più difficile da trovare, ma sempre la solita parola schifosa, razzismo.
Me ne parlò solo una volta di suo fratello Ibrahim, scaricò tutto il veleno che aveva per lui in una sola notte che bevemmo talmente che si ubriacò anche il vecchio Kaled, mi disse tutto, dell’odio che solo per quel fratello aveva provato, proprio il suo contrario, eppure i bianchi a loro e alla loro famiglia non avevano mai fatto niente, quelli che venivano per ragioni di lavoro a Tunisi erano sempre stati gentili con loro e con i loro concittadini, mai nessuno screzio, eppure una schifosa sera in un bar, un bianco osò, dico osò, per sbaglio urtagli un piede, scoppiò subito il finimondo, e Kaled presente anche egli nel Bar per puro caso, vide uccidere il fratello, e sempre Kaled durante tutto il tempo della rissa, era dalla parte avversa di Ibrahim, alla fine quando all’ospedale il fratello morì, lui si sbronzò dalla infinita gioia!
Il suo perfetto contrario, ma lui me né parlò solo quella volta, ma sono sicuro che mentre faceva a gran passo i vicoli verso il cantiere, pensava al fratello morto, e nella sua testa pensava che quella era la sua più grande vendetta, lui finalmente realizzato in una città ormai cosmopolita a mangiare il cibo di quelli che il fratello chiamava “musi gialli” che chiamava come ogni razzista faceva, allo stesso identico modo.
Raggiunto il cantiere edile, Ka si incamminò verso la direzione, in quel periodo la ditta lavorava presso un palazzo quasi sventrato, prima di arrivare nell’ufficio del padrone si guardò attorno, quanti operai, erano intenti a lavorare, finalmente dopo molto tempo anche lui tornava a lavorare con quegli attrezzi da lui tanto amati, quei bei arnesi che sanno così bene costruire, anche lui, come uomo si stava ricostruendo.
“Salve, posso entrare?” chiese educato Ka
“certo, si accomodi, mi lasci indovinare lei è il Signor Kaled, giusto?”
“si, sono io, l’altro ieri è passato di qua un mio amico per quel lavoro”
“certo, mi ricordo, se è sempre disponibile il posto è suo, che ne dice?”
“ci può contare, vedo che avete anche tolto il cartello”
“l’ho tolto subito, il suo amico mi ha convinto, lei lavorava in Tunisia prima?”
“si, ho cominciato proprio al mio paese, il lavoro lo conosco, ma si sa, da imparare c’è sempre!” rispose sorridente Ka
“dimenticavo, io mi chiamo Giacomo, naturalmente sono il padrone…come si dice, del vapore, comprendi?”
“tutto chiaro..da casa prendevo un sacco di canali italiani, come può notare parlo perfettamente italiano, e conosco anche un sacco di modi di dire..è sin da bambino che guardavo la T.V italiana
“perfetto, mi fido, però come al solito ci saranno due settimane di prova, dopo di che se tutti e due siamo contenti, si può firmare il contratto, io ci tengo alle cose fatte per benino, quindi lavora in regola, ok Kaled…”
“..Kabiry…Kaled Kabiry”
“bene, adesso le faccio vedere il cantiere, e se vuole può subito iniziare, la paga è di 50€ al giorno..come base, poi dipende dalla sua bravura”
Girarono il cantiere è il capo man mano presentava Kaled agli altri, Giacomo sembrava una persona onesta e molto disponibile al dialogo, dopo mezz’oretta Ka era già al lavoro.
“Fede, che hai, ti vedo un po’ sbattuto.” mi chiese curioso Matteo il mio vicino di banchetto
“niente Mat, non farci caso, ieri sera io e Ka ci siamo ubriacati…”
“..e naturalmente tu sei stravolto e il buon Ka, sarà arzillo come un furetto”
“molto spiritoso Mat, comunque oggi Ka è al lavoro”
“ha trovato lavoro..come muratore?”
“si, è il suo primo giorno, speriamo vada tutto bene, ma credo di si, aveva l’appuntamento alle sette di stamattina, ora sono le dieci, sarebbe già qui se qualcosa fosse andata storta”
Mat, era un mio grande amico, aveva un banchetto di quadri, braccialetti e orecchini, lui sì che era un vero artista! a dire il vero non era sempre vicino a me con il suo banco, molto spesso girava anche per l’Italia, dove c’era un mercatino hippy, state certi che c’è Mat, lui non può mai mancare!.
Mentre mettevo a posto la nuova merce, pensate, il primo l.p in vinile dei Timoria, che in realtà era un mini l.p, beh, mentre lo disponevo in bella vista, da dietro l’angolo del palazzo attiguo al mio banchetto, vidi spuntare Virna.
Non sapevo in tutta sincerità che fare, scappare per paura, e se fosse seguita dall’energumeno? Comunque cercai di calmarmi e feci finta di nulla, continuando a disporre in bella vista la mia nuova merce.
“Ciao, ciao” mi disse Virna con un mezzo sorriso
“Ciao” risposi io freddamente
“ehi, non sei un poliziotto allora?”
“perché dovrei esserlo? non mi sembra che tu mi abbia mai visto con una divisa?”
“senti, mi volevo scusare per la faccenda di ieri” disse toccandosi un ricciolo dei suoi bei capelli con la mano destra
“se magari mi spiegassi il motivo..” insistetti io
la ragazza si fece d’improvviso seria, si sedette sulla mia sedia vicino al banco, posò il suo piattino di carta da pic-nic per le elemosine sul grembo e abbassando la testa cominciò a raccontare
“io sono rumena, vengo dall’est, sono qua da dieci anni, sono venuta con la famiglia, mio padre, mia madre e mio fratello Ivan, quello che ti ha menato…”
“..diciamo che mi ha dato un pugno” la corressi con un filo di sorriso.
Alzò la testa, sorrise un poco e continuò il suo racconto “..i nostri genitori facevano gli acrobati in un circo piccolino tutto rumeno, da piccola mi insegnarono a fare l’equilibrista, mia madre anche era equilibrista, mio padre e mio fratello invece erano lanciatori di coltelli, era un bella vita, c’era magia, c’erano gli animali..poi un giorno il circo fallì, e io e la mia famiglia rimanemmo in mezzo alla strada, così, mio padre un giorno ebbe una brillante idea..”
La ragazza cominciava lentamente a commuoversi, gli occhi prima vivi e stupendi diventarono sempre più opachi, ma non per questo meno belli, io non sapevo se fermarla, se baciarla, o se pensare a una grossa balla per impietosirmi, così decisi di lasciarmi trasportare dal racconto.
“..era il 24 agosto di tre anni fa, lo ricordo come se fosse oggi, noi vivevamo in una roulotte, e quando il circo si sciolse, ognuna delle dieci famiglie si ritrovò sola con una roulotte e senza lavoro, beh, quella sera del 24 agosto eravamo ad Alessandria, mio padre ci ordinò di andare a dormire, lo so, io avevo già vent’anni e mio fratello Ivan, ne aveva 25, ma nella mia famiglia se mio padre dava un ordine l’età non contava, così in silenzio aspettò che noi dormissimo, io mi addormentai subito, ma non così fece Ivan, chiuse gli occhi e aspettò..non so se se lo sentisse o cos’altro, sta di fatto che mio padre prese in mano una tanica di benzina..voleva dare fuoco a tutti, Ivan si alzò e tentò di saltargli addosso, ma non fece a tempo, mia madre si lanciò contro Ivan, e lasciò che mio padre appiccasse il fuoco, io mi svegliai e mi ritrovai tra le braccia di mio fratello in mezzo a tutto quel fuoco nella roulotte ..poi ricordo solo io e Ivan fuori dalla roulotte che andava in fiamme e i nostri genitori dentro morti suicidi”
la guardavo, e non sapevo che dire
“ma come possono due genitori..” cercai di parlare ma lei mi interruppe
“non ho finito, io e mio fratello a quel punto non sapevamo che fare, cercammo lavoro presso qualche circo, ma niente, non avevano mai bisogno di nessuno, a quel punto Ivan cominciò a frequentare la malavita locale, prima come spacciatore, poi in pochi mesi formò proprio una vera banda di delinquenti, insomma si mise in proprio, la cosa che però mi fece cominciare ad odiare la vita fu il fatto che Ivan mi costrinse a battere, insomma sono un puttana..almeno fino ad una settimana fa lo ero, adesso sono fuggita dalla sua banda, l’altro giorno ti ha menato perché credeva fossi il mio fidanzato, scusa sono stata stupida, ma credevo che potesse in qualche modo funzionare la cosa, ora mi cerca tra i vicoli, a volte mi vede e non dice niente, penso sia ricattato, ma io come faccio? Dove vado?”
“io credo che mio fratello vorrebbe lasciarmi in pace, ma non è lui il capo della banda, credo sia entrato in un gioco molto più grosso di lui, penso anche che quando sono fuggito si sia incaricato lui di trovarmi, credo che se lo facessero gli altri componenti della banda mi avrebbero già trovata e ammazzata, io sono fuggita qui a Genova, ma la puttana la facevo ad Alessandria, non so come ha fatto ad individuare Genova, forse da fratello sa che adoro il mare, comunque, ieri sono riuscita a fuggire, ma solo perché mio fratello ha una gamba ferita, e non riesce più a correre come una volta, durante l’incendio della roulotte è rimasto semi invalido”
In quell’istante mi venne d’istinto di abbracciarla, la strinsi forte, ma lei si districò dalle mie braccia e fuggi, io non ebbi la forza né di seguirla né di chiamarla.
“Ciao, allora vieni dall’africa?” chiese sprezzante un muratore a Kaled, mentre era intento a costruire un muretto
“Ciao, mi chiamo Kaled, e vengo dalla Tunisia, se ti può far piacere si, vengo dall’ Africa”
“EHI RAGAZZI, C’E’ QUI UN TURCO, LO POTREMMO CHIAMARE TURCHIA, VOI CHE NE DITE?”
nessuno rispose e nessuno rise, a quel punto Alessio, così si chiamava il muratore se ne andò.
A Ka si avvicinò un altro muratore che con fare amichevole gli disse:
“Non badare a lui è solo un ubriacone, capito?”
Ka smise di spalmare cemento sui mattoni e guardò il collega
“Non c’è problema, ma toglietemelo dai piedi, non sopporto i razzisti”
il collega non disse nulla e si allontanò, la giornata proseguì tranquilla per tutti, e alla fine della giornata Giacomo si congratulò con Ka per il lavoro svolto:
“Senta Signor Kabiry, mi sembra che lei sia un ottimo muratore, le pago la giornata, e solo per prassi non posso farle firmare subito il contratto, ma questi altri 13 gironi con lei sono una pura formalità”
“Grazie Capo, anche io mi trovo bene qui, anche per me saranno una pura formalità gli altri 13 giorni”
i due si strinsero la mano e Ka potè tranquillamente tornare a casa con i suoi primi 50€.
Durante il ritorno, la sera si faceva dolce e calma, lui non era raggiante, anzi a dire il vero aveva il piccolo peso per le parole di Alessio, certo era ubriaco, però se non avesse smesso Ka avrebbe avuto dei problemi seri, lui il gigante buono, costretto ad uccidere per placare il suo orgoglio, la sua sete di giustizia, Ka, era calmo in tutto, paziente all’infinito, ma..era anche l’uomo che brindò alla morte del fratello, c’era solo da sperare che Alessio non fosse troppo pressante, e non trasformasse la vita di Ka in una vita di assassino.
Tornai a casa felice per aver incontrato Virna e turbato per averne ascoltato la sua storia, ma se ce ne fosse stato bisogno, capii di essermi innamorato, non succedeva spesso, ma la sua storia tra il romantico e il poliziesco e soprattutto i suoi bei capelli ricci mi facevano camminare a mezzo metro da terra, ma dovevo darmi da fare, ritrovare Virna e convincerla a fidarsi di me.
Entrai a casa, e lì trovai già Kaled, fermo a fumare dal balcone con la finestra aperta.
“Ka, ma non senti mai freddo?” gli chiesi disturbato
lui continuava a fumare e guardava fuori
“Ka, qualcosa non va? Andato male il lavoro?”
lui continuando a fissare la casa in faccia alla nostra mi rispose:
“..tutto a posto, il lavoro è mio, e il capo è una brava persona”
mi avvicinai a lui, mi sporsi leggermente dal balcone e lo guardai in faccia:
“e allora? Perché sei pensieroso?”
lui si ritirò dal balcone, chiuse le finestre e mi lasciò li, vicino alla finestra appena chiusa
“niente…tutto a posto, guardavo solo la facciata della casa di fronte a noi, è molto bella non trovi?” mi chiese ciò con aria sempre pensierosa e incantata, io feci finta di niente e cambiai discorso.
“Ka, l’ho rivista!”
lui mi guardò e mi chiese “chi hai rivisto?”
“ma Ka! Virna ho rivisto Virna!”
“spero che questa volta il suo uomo non ti abbia menato!” rispose pensieroso
io continuando a far finta di niente del suo stato, diciamo così estraniato, continuai il discorso:
“ma no! Ma poi non mi ha menato, mi ha solo mollato un destro senza avvisarmi..comunque, non è il suo ragazzo quel energumeno, è il fratello”
“e allora, ti ha visto parlare con lei…e adesso te la devi sposare?” disse sempre estraniato ma leggermente ironico.
“No Ka..magari, vedi la storia è un poco più complicata”
“dai racconta Fede”.
Raccontai la storia, e lui alternava momenti di estranietà a momenti di apparente interesse, credo però che della storia capì ben poco..aveva la testa da ben altra parte..ma io non volli sapere dove, volevo regalargli per quanto possibile un po’ di distrazione, anche se la mia storia non era certo allegra.
La notte cominciò presto in casa nostra, con la scusa che l’indomani sarebbe andato a lavora presto, Ka, si ritirò nella sua stanza alle 21 di sera, mangiò con me della torta di bietole e saltò direttamente al caffè, si alzò da tavola senza proferire parola e si chiuse dietro a se la porta della sua camera.
Lentamente si spogliò, preparò il letto e si ficcò velocemente tra le coperte fredde, lì non riuscì a prendere sonno facilmente, pensava a tutto il casino per venire in Italia e pensava a tutta la bella gente incontrata, non per ultima il suo nuovo datore di lavoro, il signor Giacomo, ma la sua preoccupazione era Alessio, lui conosceva quei tipi, l’aveva già inquadrato, non avrebbe smesso di insultarlo, avrebbe certamente continuato, e se così fosse stato, il buon Kaled sarebbe divenuto il cattivo Kaled, lui non voleva mai diventare violento..e non lo era mai..tranne quando incontrava persone come Alessio, e dato che una era cresciuta nella sua stessa famiglia sapeva bene come poteva reagire, se non fosse stato un italiano ad ammazzare suo fratello sarebbe stato certamente Kaled..anche se credo che in fondo sia stato contento di non averlo ucciso lui il fratello.
Io rimasi solo in cucina, fumai una di quelle mie rare sigarette che ogni tanto mi concedevo e cominciai a pensare a Virna.
Io e Virna, ma si, che bel pensiero, poterla aiutare ad uscire da quel casino, ma si, adesso dovevo solo trovarla e riuscire a carpirle la sua fiducia, poi con un po’, anzi diciamo molto coraggio avrei potuto parlare con il fratello, magari pagando..dandogli dei soldi avrei potuto ottenere in qualche modo la sua liberazione..cazzo alla t.v dicono che si faccia così per poter liberare le puttane!
Finito di fumare, sparecchiai tavola e lavai i piatti, terminate le pulizie in cucina, prima di andare anch’io a letto, aprii pian piano la porta della camera da letto di Ka, e lo vidi dormire, allora richiusi sempre lentamente la porta e mi incamminai verso la mia camera, l’indomani avrei lasciato chiuso il chiosco e avrei fatto un giro per tutta la città vecchia, con un po’ di fortuna avrei ribeccato Virna, e poi non so..qualcosa le avrei detto e qualcosa avrei fatto, decisi che avrei lasciato al momento la decisone su quel che dirle.
A buon ora Ka era già in piedi, erano le sei e lui attaccava il lavoro un’ora dopo, facendo conto che poi la strada tra casa e lavoro distava solo dieci-quindici minuti, era “leggermente” in anticipo, ma lui era così, sveglia presto e colazione abbondante, di solito focaccia calda dal forno sotto casa nostra.
La strada che lo divideva dal lavoro sembrò ancora meno di quella che era in realtà, lui e la focaccia calda ci misero sette minuti per arrivare a destinazione, naturalmente il cancello per entrare al lavoro nella vecchia casa mezza diroccata era ancora chiuso, fuori c’era solo lui, lui e un vento freddo che soffiava forte, forse un preludio a qualcosa.
Io quel mattino, al contrario di Ka, mi alzai per le nove, mi vestii in fretta e per colazione presi tre biscotti di numero, infine preparai un bel cartello per il mio banchetto, pensai, “che scrivere?” La verità era “Chiuso per amore, vado a cercare riccioli d’oro” ma lasciai perdere, sai quante prese per il culo avrei ricevuto dal giorno dopo! Pensai di scrivere qualcosa di più ortodosso del tipo “Chiuso per motivi personali” magari aggiungendovi una postilla del tipo “niente di grave” così, se no visto che tutti mi conoscevano, si sarebbero preoccupati inutilmente, di certo lo avrebbe fatto Rosa la fruttivendola.
Ka era solo davanti al grande cancello, ancora un quarto d’ora e avrebbe iniziato a lavorare, da lontano a grandi passi stavano arrivando altri suoi colleghi, tra loro c’era anche Alessio, grande, con la faccia da culo che già fissava il grande Ka.
Tutti salutarono Ka, chi gli strinse la mano chi gli diede un pacca sulla spalla, al momento del passaggio di Alessio, il suo saluto per Ka fu un “Ciao Turchia”
Ka reagì solo a parole, bloccò con lo sguardo Alessio e gli disse:
“vengo dalla Tunisia, se vuoi chiamami Tunisia, per me non c’è problema, ma fallo senza sprigionare odio dagli occhi”
Alessio rimase in silenzio per alcuni secondi, gli altri nel frattempo erano già entrati nel cantiere, c’erano tutti, tranne il Capo Giacomo, nessuno sapeva che davanti a quel cancello c’erano due potenziali assassini…uno venuto da fuori Italia, e uno italiano, con la stessa testa del fratello di Ka, ibrahim, chissà se i due si fossero mai incontrati.
Alessio guardò male Ka e gli rispose:
“io ti chiamo Turchia, perché mi va così, e se non vuoi guai con me cerca di non rispondermi mai e poi mai” mentre pronunciava quel delirio Alessio assumeva delle facce in successione più odiose, quasi che l’odio potesse uscire fuori dalla pelle, e che in quel momento danzasse sotto il derma del suo volto, le vene del collo e della tempia si gonfiavano e sgonfiavano a tempo dell’odio..non c’èra che dire, una danza macabra sotto il suo sguardo, Ka in silenzio ascoltava le parole di Alessio:
“ricordati Turchia, che due anni fa, un coglione come te è finito male..eravamo in un bar qui nelle vicinanze, se non ci credi poi te lo faccio raccontare dal barista, bhe..ero in quel dannato bar, e un negro come te mi ha portato via il portafogli..ora credo non cammini più! E stai tranquillo…non è andato alla polizia..era un lurido clandestino..si vive male nella terra dei negri, e tu dovresti saperlo”
Ka cominciò ad assumere le stesse sembianze di Alessio, una sorta di danza macabra sotto la sua pelle facciale..strinse i pugni…e al posto di Alessio vide suo fratello, rivide il bar a Tunisi..il fratello morto..e quel povero cristo di italiano a terra ferito gravemente, il tutto per l’odio del fratello verso i bianchi, poi rivide Alessio, immaginò un bar e un poveraccio che per campare ruba il suo portafogli, poi immagina quel ragazzo o uomo che fosse, in terra con le gambe spezzate..il tutto per un maledetto portafogli e un maledetto razzista.
Alessio continuava a guardare Ka che non proferiva parola, non contento e forse già mezzo ubriaco continuò la sua invettiva, ma stavolta a voce alta:
“Turchia! Turchia! Ti chiamo come cazzo voglio, tu non comanderai mai nel mio paese, voi negri siete inferiori..e puzzate come capre..ragazzi venite qui a vedere come Turchia non sa rispondere..Turchia? forse non sai la nostra lingua..potresti rispondere a gesti o gridare come le scimmie del tuo paese”
Intorno a loro si era formato un capannello di gente, quasi tutti erano compagni di lavoro dei due, alcuni cercarono di portare via Alessio.. compreso il Capo che era sopraggiunto in quel preciso momento.
Ka era ancora fermo, non aveva più la “danza sulla faccia” ma era come bloccato, gli occhi aperti e le pupille dilatate..il Capo cercava di tranquillizzarlo:
“Ka entra, non farci caso, dopo gli parlo io ..fa così con tutti, non ti preoccupare è solo ubriaco, vedrai che dopo ti lascia in pace..Kaled, hai capito, hai capito?..mi senti?”
Giacomo tentò di scuotere Kaled, ma niente..lui era ancora fermo con il corpo, ma in movimento con la testa.
Nella sua testa adesso c’era una danza macabra, si era spostata nel suo cervello che ribolliva di pensieri che si intrecciavano, davanti a lui vedeva la gente e Alessio che a momenti si trasformava in suo fratello..adesso era Alessio il razzista che detesta chi ha la pelle diversa dalla sua..ora è suo fratello, il razzista che odia i bianchi e chi non ha la pelle scura come la sua..ad un tratto nei pensieri di Ka i due diventano un’unica persona.
Quasi con movenze robotiche Ka si allontanò dal cancello, tutti erano intorno ad Alessio che ormai gridava soltanto, nella confusione nessuno vide allontanarsi Kaled, solo Giacomo dopo alcuni secondi fatali se ne accorse, ma ormai Ka era sparito tra i vicoli della vecchia Genova.
Appena attaccato il foglio al banchetto con su scritto “Chiuso per motivi personale, P.s: niente di grave apro domani”mi misi alla ricerca di Virna, non avevo indicazioni, così decisi di andare a caso, magari la fortuna mi avrebbe assistito.
Mi incamminai verso l’inizio del centro storico, e via, via pensai di rastrellare tutta la vecchia Genova. Giunto all’inizio del centro storico, di Virna ancora nessuna traccia, ogni volta che incontravo un conoscente o un amico cercavo di descrivere la ragazza, ma non so se io esagerassi nel descriverla bella, o se veramente nessuno la vide, sta di fatto che di Virna neanche l’ombra.
Pensai “forse potrebbe essere scappata in qualche altra città, visto che qui forse conosceva solo me, ed io non sono certo quel fusto che può difenderla, forse ha deciso di fuggire, o magari ha incontrato qualcuno che può seriamente aiutarla, magari è andata dalla polizia” bho..non sapevo che fare, giravo a vuoto e senza nessun indizio.
Passai tutta la mattinata a cercarla senza nessun risultato, mentre facevo ritorno verso la mia abitazione, decisi di mangiare qualcosa a casa, e per il pomeriggio riprendere le ricerche, mi sedetti nell’angolo dove incontrai per la prima volta Virna, non so perché ma pensai che avrebbe portato fortuna, una volta seduto ripensai alle poche volte che la vidi, anzi alle tre volte che la vidi, certo la seconda volta non fu entusiasmante, un diretto dal fratello, cazzo che paura..ma ora chissà dove era?
Restai fermo, seduto lì per alcuni minuti, presi dalla tasca alcune caramelle e me le mangiai tutte insieme.
Passarono circa dieci minuti ed io ero ancora là, seduto per terra con le spalle appoggiate contro il muro di un palazzo, in più con la testa bassa, mi mancava il piattino e potevo essere tranquillamente un “collega” di Virna.
Niente da fare, alzai la testa e aspettai, pensai “forse adesso passa..questo è il suo punto preferito per chiedere la questua” mi misi le mani nelle tasche e tirai fuori un sacco di scontrini e le tre carte dove erano avvolte le caramelle, presi tutta la cartaccia, mi alzai e mi avvicinai nel bidone grande della spazzatura che si trovava a pochi passi da me.
Ka ormai era un automa, camminava tra la gente dei vicoli come un robot programmato, nei suoi occhi c’erano sempre le immagini sovrapposte di Alessio e del fratello Ibrahim, anche le voci della gente erano state come “doppiate” dalle due persone, vedeva loro, sentiva loro, e tutti i negozi che incrociava il suo sguardo erano bar, e dentro quei bar c’erano solo pestaggi.
Le gambe, o forse il cervello lo conducevano verso casa, chissà se lui se ne rendeva conto, prima di incontrare Alessio pensava che la sua vita fosse cambiata, e lo era, ma nel suo cervello la rabbia per suo fratello non si era sedata dopo la sua morte, era solo in apparenza sopita, dormiva tra le pieghe della sua psiche, ma c’era, e bastava un piccolo cerino a farla riesplodere.
Quel giorno al bar, il fratello morto…comunque lo odiasse, sentiva che era innaturale volerne la sua morte, ma lui la desiderava, non tentò mai di parlarci, di vedere se aveva una ragione l’odio di suo fratello verso chi non aveva il suo colore, anche una minima ragione, anche incomprensibile..ma no Ka reagì solo e sempre con violenza, in comune con il fratello aveva il desiderio per la morte di una categoria di persone, Ka non riusciva a ragionare con chi mettesse da parte una categoria di uomini e donne, sia per il colore, ma non solo, per la religione, per la povertà o ricchezza, per qualsiasi altra cosa.
All’entrata del caseggiato Ka incrociò un vicino, al suo saluto non lo guardò nemmeno, nel suo cammino ormai c’erano più pochi metri e non era concesso vedere uomini, se non i suoi due nemici, uno già morto e l’altro al cantiere..il fantasma di suo fratello non fu mai così vivo nella sua mente.
Una volta dentro casa, si indirizzò in cucina, apri la credenza ed estrasse un coltellaccio con la lama lunga circa quindici centimetri, richiuse il cassetto della credenza, andò nella stanza vicina posò momentaneamente il coltello, aprì un anta di un mobile e prese un libro di foto.
Si sedette momentaneamente sul divano e cominciò a sfogliare il grosso libro.
La Tunisia era bellissima, quelle grandi spiagge, e lui nelle foto sempre allegro con il fratello a giocare..fino ai diciassette anni poi nelle foto sono separati..le guarda tutte e poi si sofferma su una che ritraeva i genitori soltanto, la guardò e disse ad alta voce:
“MI SPIACE, MA DEVO UCCIDERLO E’ SOLO UN LURIDO RAZZISTA MIO FRATELLO”
Nella testa e negli occhi di Ka Alessio sparì, non c’era più, ora c’era solo il fantasma del fratello, Alessio non gli serviva più, era solo servito a risvegliare l’odio per Ibraihm, era per lui come il servo Renfield per il conte Dracula.
Uscì da casa e si ritrovò in strada con un coltellaccio ben in vista.
Una volta vicino al cassonetto lo aprii..ed in mezzo alla spazzatura che stracolma chiudeva quasi a tappo il contenitore, ecco spuntare un braccio..feci due passi indietro e mi venne spontaneo cacciare un urlo.
In pochi secondi intorno a me e al cassonetto si riunirono parecchie persone, urlai di chiamare la polizia..tutte le mie preoccupazioni ora erano state assorbite dalla paura e dall’angoscia per quel cadavere che risultava uscire dalla spazzatura.
La polizia arrivò ben presto, e ben presto circondarono la zona..furono tutti fatti allontanare..tutti tranne me che mi fecero accomodare poco distante, in seguito mi dissero che lo fecero perché essendo stato io il primo ad accorgermi del cadavere in qualche modo potevo c’entrare in quella storia.
La zona fu immediatamente fatta recintare da polizia e nastro adesivo rosso e bianco, insieme alla pula c’erano i vigili urbani per il traffico e una autoambulanza, presumo per il cadavere.
Da li a breve mi sarei visto un bel cadavere, ecco adesso si che avrei avuto bisogno di Virna, avrei avuto bisogno di essere abbracciato, di ricevere anche un bacio, anche come quello suo falso, adesso lo avrei ugualmente accettato.
In questi momenti dove la morte si fa protagonista in una vita, e la fa in una bella giornata di sole, in pieno giorno, quando sembra che lei debba invece esistere e entrare in scena solo nell’oscurità, ecco, ora si ha bisogno di qualcuno e dell’ amore.
Tra la spazzatura pian piano si fece chiara la figura della ragazza..ma io notando tra la spazzatura che faceva da cornice alla sua morte, mi vidi rotolare vicino un piatto tipo quelli da pic-nic, facile trovarne uno tra l’immondizia, non so se quello fu proprio il suo, quello di Virna, ma fu chiaro che il destino mi volle annunciare in anteprima la sua morte, quasi come se mi volesse concedere un macabro regalo, un orrido privilegio.
La ragazza era proprio lei, gli agenti mi chiesero se la conoscessi, io risposi di no e non so come riuscii a trattenere le lacrime e l’urlo che mi soffocava dentro, ce la feci e la polizia, presi una volta i miei dati mi informò che mi avrebbe potuto ascoltare, io feci cenno di si con il capo e mi lasciò andare.
Pian piano mi allontanai dal posto, volevo andare a casa a piangere a gridare, non ero certo di riuscirci subito, ma gli occhi rossi e il gran nodo che mi avvolgeva lo stomaco erano preludi confortanti, adesso volevo vedere Ka, sfogarmi tra le braccia del mio amico, certo Virna la vidi tre volte, ma sentivo che poteva essere l’amore, ne ero certo, e ora era solo un fantasma..ma un fantasma talmente vivo che non potevo credere che fosse morta la mia riccioli d’oro.
Adesso, lungo la strada che mi divideva dalla mia abitazione era solo abitata da lei, ogni persona era Virna, e quando in fondo alla via sbucò come dal nulla Ka con il suo coltello in mano, ai miei occhi apparve invece lei con in mano una rosa bianca e con un vestito da equilibrista da circo, al contrario, Ka invece di vedere il suo amico con gli occhi lucidi di commozione e meraviglia..apparve Ibrahim con la faccia che ribolliva d’odio, man mano, tra lo stupore della gente vicina e all’insaputa della Polizia poco distante, impegnata attorno al cadavere di Virna, Ka prese a correre verso di me, il coltello teso in avanti, e la faccia piena d’odio, io vedevo lei con la rosa che man mano si appoggiava al mio petto, e poi..un gran dolore, dopo avermi colpito Ka si ridestò pian piano, e capì chi aveva appena colpito, la polizia, accorsa dalle urla della gente, non fece in tempo ad
Intervenire che Ka si riservò un fendente mortale anche per lui, io dopo il forte dolore al petto continuai a vedere Virna, questa volta era sopra il filo dell’alta tensione della luce del vicolo, era lì sospesa e sorridente..e solo io capivo perché morendo guardavo in alto contento, quelli attorno a me potevano solo urlare, piangere e andare alla ricerca di qualche abbraccio.