VITA DA CANI

Quel suo alzarsi presto la mattina, non era dettato dal fatto che fosse un tipo mattutino, ma più semplicemente non riusciva a dormire la notte e allora scriveva, scriveva…
…Passava le ore notturne a comporre, intanto il giorno seguente non aveva cartellini da timbrare, e nessun capoufficio o collega con cui fare i conti.
Tutto tranne l’angoscia di non sapere che fare, dove andare, e forse era questo il motivo che lo invogliava o anche obbligava a dormire, un po’ per rifugiarsi nei sogni, un po’anche perché se aveva degli incubi li preferiva alla realtà, che lui spesso paragonava ad un deserto o ad un circo di illusioni. Sì un circo di illusioni! che per altro anche lui alimentava; anzi a dire il vero di quel fantomatico circo, lui stesso aveva un ruolo importante: ovvero l’illusionista!
Certo, un illusionista un po’ particolare ossia un mago alla rovescia, perché riusciva ad ingannare se stesso, ed il pubblico, cioè le persone che nella vita quotidiana in un modo o nell’altro lo circondavano, erano le uniche ad accorgersi che i suoi momenti di felicità erano solo attimi, illusioni appunto. Di tanto in tanto, pareva anche lui accorgersene, ma poi sembrava fare finta di niente e continuava il suo numero, incurante di dettagli che ai più insinuerebbero alcuni evidenti dubbi, e a vederlo da fuori sembrava crederci ancora di più.
Le storie che viveva, spesso lo catturavano all’inverosimile, specie se d’amore, o almeno quelle che lui riteneva tali. Così, mentre praticava la sua magia al contrario, viveva alla grande i suoi sentimenti. E lì diventava un fiume in piena, non lo fermava più niente, né la sua proverbiale pigrizia che a detta sua era un fardello che si dovevano trascinare i veri artisti, né la timidezza che a detta sua era il secondo fardello che dovevano trascinarsi i grandi artisti.
La cosa sicura era che la ragazza del suo “numero”si sarebbe divertita all’infinito e avrebbe vissuto ore di grande tenerezza dettate dalla valanga di poesie che le sarebbero piovute addosso. Si, era fatto così! era lui! Nel bene e nel male e quando quella ragazza avrebbe deciso di far scivolare via la storia, avrebbe potuto farlo senza lasciarlo ferito, perché ai suoi occhi lui avrebbe terminato il suo numero con sorrisi e applausi fragorosi.
Ma quella mattina, si svegliò si presto, ma allegro ed ottimista come se la sua vita potesse cambiare quel preciso giorno.
Il giorno era un martedì che di solito è dedicato alla “visita”all’Ufficio di Collocamento alla ricerca di quei lavori Statali che lui adorava ma che per il “nuovo corso del lavoro” duravano meno di sei mesi. Tale giornata poi ricopriva ancora più importanza per il nostro amico visto che quella mattina coincideva proprio con la presentazione della graduatoria per potere lavorare all’Università della sua città.
Aveva già lavorato presso di loro e si era divertito come non mai, ricordava sempre agli amici il suo alzarsi presto per poter camminare lungo i binari della stazione ferroviaria.
Lì si sentiva a suo agio a parlare da solo. Si alzava presto anche perché aveva bisogno di circa un’ora per prepararsi e non uscire con la faccia da sonno e le borse sotto gli occhi lo invecchiavano e a lui proprio non andava giù.
Una volta preso il tram, (lui non guidava non poteva farlo a suo dire per via di un difetto visivo) cominciò a guardarsi intorno ed ammirare le persone sorridere e parlare, anche lui tra poco sarebbe stato così, anche se per poco tempo avrebbe avuto un buon lavoro e sarebbe stato contento. Una volta sceso dal tram si lasciò contagiare dall’atmosfera dell’imminente Natale, prese con decisione la strada per gli uffici del Collocamento, ma prima volle farsi un giro per le vetrine attigue che in clima di festività erano tutte addobbate. Si fermò davanti ad una di esse e scelse un regalo da farsi per un Natale che si prospettava un po’ più sereno, un lavoro se pur a tempo determinato era ormai maledettamente alle porte e in quel periodo ebbe modo di conoscere alcune ragazze interessanti.
Dalla vetrina della libreria spiccava un libro su tutti. Era un libro fotografico sulla vita di Charles Bukowsky corredato di foto rarissime e personali, chissà se l’autore fosse stato ancora in vita avrebbe voluto farsi vedere in tutte quelle situazioni, magari no, ma quando si crepa, i posteri fanno ciò che vogliono di te, specie se sei famoso e ti possono ancora spremere qualche centesimo. Fece un giro all’interno del locale, acquistò il volume e uscì.
Prima di raggiungere definitivamente gli Uffici era raggiante per l’acquisto, e già presagiva una nottata di letture sfrenate in compagnia del suo scrittore preferito. Sognava spesso mentre sfogliava i libri scritti da lui. Sognava di essere la a Los Angeles, a San Pedro lui e Buk insieme, alla ricerca di quella felicità che non avrebbe mai respirato.
Una volta raggiunto il semaforo che lo divideva dalla destinazione finale si fermò, quel rosso non voleva andarsene. Si diede una rapida occhiata intorno e vide da lontano ma poi non di tanto, un suo vecchio amico. Troppo tardi! l’amico lo intravide e lui non potè più far finta di niente. Lui odiava rivedere gente dopo anni di distanza, si sentiva a disagio a tal punto che di solito cambiava strada, anche al prezzo di dover allungare il proprio cammino verso un determinato posto. Non sopportava il “cosa fai?”, lui non faceva molto e si sentiva giudicato, quasi sotto processo, ma quel giorno proprio non poteva far altro che buon viso a cattivo gioco.
Il suo amico, tutto elegante e lisciato, mostrava felicità nel rivederlo dopo anni, in fondo furono grandi amici, e a scuola insieme ne combinarono di tutti i colori. Dopo i soliti convenevoli l’amico gli cominciò a raccontare del suo lavoro e di come fosse bello comandare un intero esercito, farsi rispettare, farsi temere da uomini che solo biologicamente sono come te. A quanto ho capito deve essere stato un pezzo grosso dell’esercito, ma quanto grosso e quanto in alto non mi mai stato dato di sapere.
Finito il suo racconto toccò al nostro amico spiegare ciò che faceva, come viveva, e il nostro cominciò a sparare balle di dimensioni quasi spaziali, che aveva un sacco di donne che lo ammiravano per ciò che scriveva, che ogni anno stava sei mesi in sud america, ma la balla più grossa fu quella sul mestiere. Finita la chiacchierata, il Generale salutò il…musicista; gli disse che suonava la chitarra in un nuovo gruppo musicale e che tra breve il suo nome sarebbe divenuto famigliare a molte bocche di persone.
La cosa bella che più mi stupì, non furono tanto le balle che raccontò ma il fatto di averle dette! proprio lui che fino a dieci secondi prima non era proprio capace, ma non per senso di onestà o per l’amore della verità ma proprio per incapacità e quindi paura di essere scoperto.
Dopo il saluto, lasciò allontanarsi l’amico e una volta accertatosi che non lo avrebbe più visto entrò negli Uffici. L’edificio che li conteneva era tristissimo, da fuori pareva una grossa scatola di cartone per di più nemmeno colorata. Da dentro forse, se è possibile era ancora peggio, ancora più malinconico. Aveva i muri sporchi e le facce della gente si intonavano perfettamente con la poca luce che filtrava dalle finestre, che erano piccole e sporche, peggio dei muri!
Si incamminò verso la porta, dove dietro avrebbe sfogliato la lista dei selezionati per il lavoro all’Università. Bussò alla porta, e una volta dentro prese la lista dei convocati, cominciò a leggere, scorse l’elenco lentamente, nome per nome e poi mormorò tra se “ci deve essere un errore”. Andò dall’impiegato e molto gentilmente gli chiese se per caso si fossero scordati di lui, l’impiegato si fece dare il suo nominativo, si alzò, andò al computer e cominciò a smanettarlo. Ci voleva un paio di minuti di attesa, ma lui era tranquillo e confidava nell’errore umano.
“Mi dispiace signore, ma dal cervello elettronico lei risulta settantesimo, e lei sa che i posti sono quarantasei”.
“Settantesimo!” esclamò incredulo il nostro amico.
“Ma se l’ultima volta ero cinquantesimo!”. L’impiegato con voce pacata e burocratica gli ripose prontamente “Sono cambiate le leggi, lei non avendo figli ha meno diritti” Il burocrate avvertendo la tensione crescere, e forse per esperienza mise la sua mano sottola scrivania e pigiò qualcosa (presumo un pulsante).
Prima dell’arrivo della vigilanza interna riuscì ancora a dire qualcosa, anche se in modo confuso, del tipo “non ho figli? per forza, non mi fate mai lavorare!”, e molte altre cose che non si capivano, il ragazzo era molto, molto arrabbiato.
All’arrivo della guardie lui tentò di calmarsi, ma ormai loro dovevano fare il proprio dovere. Lo presero uno per un braccio e uno per un altro e lo sbatterono fuori dalla “grande e desolata scatola” senza tanti complimenti.
Lo umiliarono proprio quei bastardi! d’accordo si mise a parlare ad alta voce ma non fece male a nessuno e non ne avrebbe fatto mai, in fondo anche loro erano dei lavoratori e non avevano certo colpa per la sua situazione.
Comunque il nostro amico cominciò ad avere strani pensieri, pensieri che ogni tanto uscivano da lui, ed erano brutti, molto brutti!
La strada che dagli uffici lo portò alla fermata del tram gli parve infinita. Camminava a passo lesto, ma mentre lo faceva parlava ad alta voce, e di continuo ripeteva “settantesimo!”.
Lungo il percorso la gente lo osservava attonita, chissà che pensava, forse che era soltanto un povero pazzo, e magari in quel momento lo avrebbe visto ben volentieri in un manicomio, sicuramente malediceva chi li avesse chiusi!
Una volta sul tram, cominciò a calmarsi e il suo sguardo da arrabbiato divenne prima triste e in seguito rassegnato. Perdere quel lavoro, sebbene fosse molto limitato nel tempo, era per lui l’ultima cosa che gli poteva succedere, proprio a Natale. Proprio a lui!
Tornato a casa, aprì la porta lentamente, entrò, pose la giacca nell’armadio e andò a dormire, non voleva esserci almeno per qualche ora, anche se era mezzogiorno.
Non aveva fame e non voleva esserci. Staccò il telefono e si coricò. Quando la luce flebile filtrò dalle persiane della sua camera, e incontrò le sue palpebre, fu sufficiente a ridestarlo da quel sonno cercato, implorato al suo destino. Si stropicciò gli occhi, sbadigliò e si alzò con l’ultima energia che gli rimase.
Andò a vedere l’ora, erano le cinque, e si sentiva un cadavere ambulante. Si fece forza, aprì il frigo, prese due uova e se le cucinò al tegamino. La fame era tornata, ma la rassegnazione era ferma lì, dentro lì, e gli mangiava tutto, come se fosse un verme solitario, che invece di nutrirsi di cibo si nutriva di sogni e speranze, più lui ne buttava giù più il verme ne mangiava. Era un inferno! Finito di cenare alle 18, sparecchiò, lavò i piatti e si accese la TV. Non lo avesse mai fatto! proprio in quel momento sul canale acceso, vi era un tipo, che poi era il Ministro del lavoro, che tra l’altro diceva, “Bisogna adattarsi al nuovo mercato del lavoro!”, “Oggi si lavora in un posto e domani magari in un altro “, e poi ancora “Basta con questa fissazione del posto fisso!”. Mentre ascoltava questo tizio l’unica parola che gli uscì fu“ bastardo!”, “Tu che parli ti fotterai come niente venticinquemila Euro al mese!!!”. Era fuori di sé tanto che se avesse avuto lì il Signor Ministro lo avrebbe sicuramente ucciso, non era certo il tipo lo so, ma non era neanche il tipo da raccontare balle eppure al Generale gli e ne sparò abbastanza.
Stavolta però al ministro gli avrebbe sparato altro.
Ben altro!!.
“Tutto inutile!”, disse ad alta voce, inutile prendersela con chi non ti può sentire e forse neanche capire.
Spense la televisione, andò in camera sua tirò fuori dal sacchetto il libro che aveva comperato. Lo sfogliò lentamente, non aveva voglia di leggere, e così cominciò a guardare soltanto le foto, Bukowsky da piccolo, da adulto, da vecchio, la sua casa, la sua auto la sua tomba. C’era tutto ci mancava solo il cesso! era un libro fatto bene, ed era l’unico motivo di vita per quella giornata che altrimenti sarebbe stata da gettare dentro al primo bidone di immondizia che si fosse presentato lungo il cammino.
Pensava molto, mentre guardava le illustrazioni e le immagini del volume, lui Buk, lui ce l’aveva fatta, a cinquant’anni, ma c’era riuscito ad imporsi con i suoi racconti e con le sue poesie. Certo però che sapeva scrivere bene!
Lui invece si, scriveva, ma difficilmente sarebbe riuscito a pubblicare qualcosa, ma non ci pensava, se non in fondo, ma proprio sul fondo del suo cuore, lì si! ma per il resto alla vita chiedeva solo un po’ di pace.
Dopo qualche minuto, si addormentò seduto sulla sedia e con il viso sul libro ancora aperto: erano le diciannove, e fino all’indomani alle sette non si sarebbe più svegliato, né per andare al bagno, né per fame. Restò lì a dormire e forse chissà a sognare, che cosa però non lo sapremo mai. La cosa certa è che era stanco perché se no a trent’anni non dormi su una sedia come un vecchio gatto.
Dopo dodici ore di sonno si svegliò di scatto, era ancora tramortito, ma aveva voglia di uscire, subito, dove andare non lo sapeva, la cosa certa è che da lì a breve avrebbe preso la porta e sarebbe uscito.
Una volta fuori decise di fare una passeggiata, quella mattina sembrava tutto più triste, e le facce delle persone erano tutte allegre e festose. Quelle facce gli davano un fastidio enorme, non le avrebbe volute vedere, invece eccole!una dopo l’altra in successione, quasi in una processione di gioia che lui proprio non poteva condividere.
Cominciò a girargli tutto, come se fosse ubriaco. Si spaventò parecchio così decise di prendere la strada verso casa.
Una volta in casa, depresso e malconcio, prese la prima bottiglia di birra dal frigo, poi la seconda, ed infine la terza. Si ritrovò così nuovamente addormentato con la casa sottosopra, chissà che combinò! comunque non c’era niente di rotto, ma solo un gran disordine, cuscini per terra, lenzuola disfatte, ma le tre bottiglie di birra vuote erano sempre là sul tavolo al loro posto. Probabilmente si coricò sul letto ed ebbe un sonno piuttosto agitato.
All’ennesimo risveglio, decise, con la poca ragione che gli rimase, di farsi un bel bagno caldo, in due giorni aveva dormito troppo, anche se quel suo lasciarsi cullare dai sogni era più vicino ad una resa che a un riposo, almeno così a me parve.
Entrò nel bagno, appese ad un gancio la biancheria pulita e appese l’accappatoio all’altro.
Nella vasca l’acqua saliva, ed era talmente calda che lo specchio dal lavabo si appannò in pochi istanti. Mise la schiuma e aggiunse i sali, e prima di bagnarsi pensò che per il tempo del bagno non avrebbe pensato che a cose belle e rilassanti. Si convinse sul fatto e si lasciò scivolare nella schiuma.
In breve tempo si trovò allungato in quell’enorme vasca, e senza quasi accorgersene si addormentò nuovamente.
Stavolta però lo fece con gioia e penso che sognò cose bellissime. L’acqua arrivò lentamente alla bocca. Lui scivolò ulteriormente e il liquido cominciò con insistenza ad entrargli tra le labbra socchiuse. In poco tempo gli riempì i polmoni e il nostro amico che stava sognando i suoi sogni rimase lì per sempre, e non saprei dire se a quel punto, anche se gli fosse stato concesso, sarebbe tornato indietro.
I funerali si tennero qualche giorno dopo, alla cerimonia vi erano solo gli amici e i parenti più stretti, ma a dire il vero vidi anche qualche ragazza che non conoscevo, chissà, forse era vero che aveva delle donne!
Ah già! dimenticavo!
Il suo nome era Fedele.
Fedele Cane.

Pubblicato on Mercoledì 26 Dicembre 2007 at 14:48

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